Bilancio del primo anno dell’Allegri/bis: sufficienza raggiunta?

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  • Categoria dell'articolo:Calcio
  • Articolo pubblicato:21 Maggio 2022
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Due premesse necessarie, prima di iniziare. La prima: essere “tifosi” per me non vuol dire stare zitti, applaudire e accettare passivamente qualsiasi cosa succeda con entusiasmo. Certo, la parola inglese supporter, meravigliosa, presuppone il supporto, e quello non dovrebbe mai venire meno. Ma atteggiamenti di obbligato entusiasmo senza analisi critica ricordano quelli delle foche ammaestrate che battono le mani in cambio di un pesce-premio, piuttosto che comportamenti costruttivi di gente pensante che si confronta sulle idee.

Seconda premessa. Quando c’era da difendere Allegri contro critiche che ritenevo immotivate, l’ho fatto. Allo stesso modo, quando c’era da criticarlo per atteggiamenti e dichiarazioni che ritenevo sbagliati, l’ho fatto. Quando c’era da criticare Sarri per essere stato incoerente, l’ho fatto. Quando c’era da criticare Pirlo per la sua inesperienza, l’ho fatto. Nonostante sia aziendalista – è un’etichetta che mi potete appiccicare addosso – ciò non vuol dire non criticare alcune scelte anche di questa dirigenza, quando le ritenevo sbagliate. Criticare, intendiamoci su questo, non vuol dire essere meno tifoso o meno supporter, o addirittura “anti”, ma evidenziare problemi che, solamente se individuati e percepiti come tali, possono essere superati e portare ad una crescita. Ovviamente, è solo la mia opinione.

Fatte queste premesse, passiamo all’analisi.

La Juventus in questa stagione – come saprete – ha raggiunto l’obiettivo minimo prefissato, ovvero la qualificazione alla prossima Champions League, con tre giornate d’anticipo; ha inoltre superato i gironi nella massima competizione europea, fermandosi subito agli ottavi, ed ha perso le finali di Supercoppa Italiana e di Coppa Italia, entrambe ai supplementari, entrambe con l’Inter. Si tratta della prima stagione senza titoli dalla 2010-11 quando c’era Delneri in panchina.

Inizierei l’analisi proprio dai risultati, da sempre a Torino il “faro” che guida la dirigenza al di là della soggettività delle opinioni personali. Ovviamente, sarebbe sbagliato slegarli dagli obiettivi e dalla qualità della rosa: un 9° posto del Verona può essere eccezionale, mentre un 8° per l’Atalanta può essere una delusione, va tutto contestualizzato. Sulla qualità della rosa si può discutere, ci ritorneremo; per gli obiettivi stagionali, invece, possiamo fare riferimento alle numerose dichiarazioni dei protagonisti. Dichiarazioni che, per la verità, sono cambiate più volte assecondando i risultati del campo. Se mi leggete da un po’, sapete che l’aspetto comunicativo per me è importante ed è quello che sicuramente mi appassiona di più.

GLI OBIETTIVI FLESSIBILI 🪁

Si è partiti con l’obiettivo Scudetto sbandierato il giorno della presentazione di Allegri, il 27 luglio («L’obiettivo è vincere e creare valore in questi giocatori. Dobbiamo essere bravi a costruire un percorso che ci porterà a maggio davanti a tutti»), alle ulteriori dichiarazioni del 14 agosto («Il nostro obiettivo è soprattutto uno, cioè vincere il campionato») e del 21 agosto sia alla vigilia dell’esordio con l’Udinese («Facciamo parte di quelle sei o sette squadre che vogliono vincere il titolo») sia nel post («La rosa è competitiva, anzi è super competitiva»).

Tali dichiarazioni sono cambiate dopo aver collezionato la peggior partenza di sempre della Juve dal 1961-62 (2 punti in 4 partite e penultimo posto in classifica) con Cristiano Ronaldo che, nel frattempo, si è accasato al Manchester United costituendo una defezione importante (almeno fino a gennaio) in grado certamente di spostare gli equilibri al vertice. Ma il vertice, la Juve, il girone d’andata l’ha comunque visto quasi sempre col binocolo essendo stata per quasi metà delle giornate fuori dalle prime 8 posizioni.

Il 27 novembre, dopo quattro mesi di lavoro e dopo la sconfitta in casa con l’Atalanta (5a sconfitta in 14 gare di campionato), con un ritardo già di 14 punti dal Napoli capolista e con la squadra sesta in classifica, la retromarcia sullo Scudetto di Allegri era già totale: «Quando dicono che la Juve è la più forte e dovrebbe vincere il campionato c’è un errore di valutazione: possiamo lottare per le prime quattro».

L’8 gennaio, l’asticella era talmente bassa da toccare terra. «Sono venuto qui sapendo che era l’anno in cui bisognava cambiare la squadra, cominciare a lavorare per iniziare nel giro di un anno o due a competere e lottare per lo scudetto. (…) Tutti vorremmo vincere, ma ci sono momenti in cui devi costruire e tornare nel giro di uno, due anni a lottare per lo scudetto».

DIGRESSIONE: IL SOGNO 🏅

Qui permettetemi per un attimo di spogliarmi dal vestito dell’opinionista e di rimettermi la maglia della Juventus addosso per fare il tifoso. La comunicazione è chiave per me, dicevo. Da quando ho memoria, non ho mai sentito un allenatore della Juventus pronunciare una frase del genere: persino Delneri, che prese una squadra arrivata settima l’anno prima, a metà della sua stagione in bianconero, più o meno nello stesso periodo dell’anno e con un distacco simile dalla capolista, puntava ancora allo Scudetto senza escluderlo a priori. Come si può non farlo, alla Juve? Si può non vincere, ma non si può non puntare a vincere! Antonio Conte, anche lui dopo aver ereditato una squadra arrivata settima l’anno prima, disse a metà campionato «Il sogno ti fa porre degli obiettivi. Voglio che sognino anche i miei calciatori: è ciò che ti spinge al di là delle tue possibilità» e fissò come obiettivo del gruppo lo Scudetto («Lo Scudetto? Non ho nessuna paura a pronunciare questa parola») facendoci sognare (e poi godere).

Quest’anno non si è mai parlato di sogni e ambizioni, ma di consolidamenti (che razza di obiettivo è un consolidamento? –ndtifoso), di punticini, di umiltà, di volare bassi, di passetti, di esperienza, di peso della maglia. Nemmeno gli arrivi di Zakaria e Vlahović hanno fatto cambiare dichiarazioni ad Allegri, nemmeno quando era a soli 7 punti di distanza dal primo posto e col calendario favorevole. So perfettamente che in realtà ci credesse, in cuor suo. Si capisce dalle dichiarazioni rese poi («non lottare per il campionato mi gira un po’ le scatole»), ma a mio avviso, dopo le stagioni passate, era necessario ritrovare un entusiasmo anche come tifoseria che lui non ha alimentato preferendo mind games piuttosto sempliciotti che hanno solo contribuito a gettare un velo di tristezza, visti anche i risultati, sull’intera annata. Va bene la figura paterna che protegge i giovani (o che vuole farlo, nelle intenzioni: è tutto da discutere se funzioni), ma l’allenatore della Juventus è anche l’uomo immagine di una società che fattura 500 milioni di euro l’anno e che ha milioni di tifosi in tutto il mondo che attorno alla sua figura e alle sue parole costruiscono sogni e alimentano la propria passione. Basti vedere, per un paragone, quello che è riuscito a suscitare Mourinho, in questo un fuoriclasse, tra i tifosi della Roma, con una Conference Cup diventata «la Coppa più importante della mia carriera» e con una stagione da sesto posto venduta comunque bene, perché percepita come ambiziosa.

L’anno prossimo, al di là dell’aiuto del calciomercato, mi auguro un atteggiamento diverso, anche perché fare il guascone, il trollatore o lo scazzato (non sempre, ma spesso) in conferenza è un atteggiamento che accetti (addirittura funziona) quando la spieghi e la vinci. Il più furbo del villaggio, funziona se ti metti in tasca tutti. E il profilo basso che tocca terra, funziona se c’è il lieto fine di un obiettivo insperato e superiore al minimo. Almeno, questo è il mio pensiero da tifoso, per quanto possa valere.

DICEVAMO… 🪁

Torniamo all’analisi dopo questa digressione. Per la sola cronaca, dopo aver perso con i nerazzurri, Allegri si è posto un obiettivo concreto superando finalmente il “consolidamento” durato mesi: «giocarci il terzo posto col Napoli» (30 aprile). Non è successo causa sconfitta col Genoa.

Per quanto riguarda la Champions, l’atteggiamento è stato… boh, contrario? Probabilmente frutto di insicurezza, o di falsa sicurezza. O non so come definirla. Per Bonucci, l’8 dicembre 2021, «L’obiettivo minimo della Juventus deve essere entrare nelle prime otto d’Europa (…) quindi dobbiamo arrivare almeno ai quarti». Per Chiellini, il 13 marzo era addirittura vincerla. Buttata così. Rassegnati e fatalisti (a parole) in campionato, ambiziosi e sicuri (a parole) in Europa. «Ci siamo andati molto vicini, ci proviamo ogni anno, ma è un torneo dove non sempre vince la squadra migliore. Negli ultimi tre anni siamo stati eliminati da Porto, Lione e Ajax. Non possiamo essere soddisfatti. Quest’anno possiamo provare a vincerla». Persino Allegri, il 16 marzo alla vigilia del ritorno col Villarreal, guardava molto più in là dei quarti: «Non so se questa squadra abbia la qualità o la maturità per arrivare in finale di Champions: so che dobbiamo avere l’ambizione di arrivarci».

Dopo l’eliminazione in casa col Villarreal, però, si è passati prima alla furia in conferenza stampa («Sapevo che se fossimo usciti stasera si sarebbe parlato di fallimento in Europa»), poi alle accuse di “disonestà intellettuale” rivolte ai giornalisti e infine al revisionismo postumo («Riflettendoci, siamo in questa condizione e non tutto il male viene per nuocere: un eventuale passaggio di turno col Villarreal poteva farci sprecare energie per la lotta al quarto posto in campionato»). Ancora, mind games sempliciotti e guasconeria che funzionano male dopo un 3-0 in casa, specie se non accompagnati mai da assunzioni di responsabilità, quando di filosofici «I 70 punti finali sono un po’ falsi, non dicono la verità».

Per quanto riguarda, infine, la Coppa Italia, Allegri è stato piuttosto franco alla vigilia: «La finale di Coppa Italia un tempo era la ciliegina per la Juve. Ora è tutta la torta». Come anche la Supercoppa Italiana, l’ha mangiata l’Inter.

Insomma, sugli obiettivi e le varie trasformazioni e contraddizioni meglio soprassedere. Anche perché Andrea Agnelli, a 4 giornate dal termine del campionato (sì, lo so, era una battuta), ancora sperava in un crollo collettivo per poter vincere lo Scudetto in extremis e (questo seriamente) parlava di “rimpianti” per non aver battuto l’Inter e non aver riaperto la corsa per vincere il titolo. E quando hai rimpianti vuol dire 1) che non ci sei riuscito, 2) che ci saresti potuto riuscire, 3) che non eri lontano dall’obiettivo più ambizioso, e quindi 4) avresti potuto fare potenzialmente di più, aggiungo io. Se potevi fare una cosa, dovevi farla. Dovevi sognarla. Per me anche comunicarla diversamente. Gli obiettivi dovrebbero tendere sempre a raggiungere il massimo, non il minimo. Poi, ovviamente, non riuscirci va contestualizzato ex post nella valutazione complessiva della stagione.

QUARTO POSTO = SUFFICIENZA AUTOMATICA? 💰

Tornando alle valutazioni ex ante, la mia opinione è che a inizio stagione fosse estremamente difficile comporre una griglia precisa delle prime posizioni ai nastri di partenza (con Conte all’Inter sarebbe stata facile, almeno per la prima posizione): avrei comunque inserito la Juventus in uno dei primi quattro posti per potenzialità, esperienza (Allegri se la giocava con allenatori che non avevano mai vinto un campionato in carriera) e qualità dei singoli (mancava Ronaldo, ma partivi comunque con una base composta dai freschi vincitori dell’Europeo Bonucci, Chiellini, Locatelli e Chiesa, cui aggiungere giocatori di esperienza come Szczesny, de Ligt, Danilo, Rabiot, Dybala e Morata, e giovani come Pellegrini, Kulusevski e Kean). Alla fine, siamo arrivati quarti, dopo una stagione travagliata da infortuni e con il rinforzo del capocannoniere del campionato preso a gennaio, e abbiamo raggiunto l’obiettivo minimo economico, senza però essere mai davvero in lotta per lo Scudetto (avremmo potuto riaprire i giochi, forse, vincendo con l’Inter, ma non l’abbiamo fatto e non siamo mai stati nemmeno terzi, quindi ci restano solo i “se”).

Sono risultati che garantiscono la sufficienza? Non necessariamente. Raggiungere l’obiettivo minimo, anche in questo caso, va contestualizzato: lo hai raggiunto con un allenatore esordiente, che ha mostrato ampi margini di crescita nel gioco e nelle idee, tali da far sperare in una prossima annata più convincente? No. Lo hai raggiunto essendo competitivo per il titolo tutto l’anno e crollando solo nel finale causa infortuni, ritrovandoti quarto solo per caso mentre saresti potuto arrivare secondo, forse pure primo? No. Lo hai fatto avendo puntato tutto sui giovani e avendo comunque fatto registrare una valorizzazione degli stessi che abbia posto le basi per una prossima stagione migliore a parità di organico? No. Hai puntato tutto su un gioco diverso, più complesso ma più redditizio a lungo termine, e hai costruito quindi qualcosa che vada oltre la singola stagione o la posizione in classifica? No.

Raggiungere l’obiettivo minimo col massimo dello sforzo economico, con la prospettiva di dover ancora rinforzare la rosa passando da ulteriori grossi investimenti nel calciomercato nella stagione successiva, per me è comunque sottoperformare, perché non hai valorizzato nulla di tuo (ed era un obiettivo che ti eri dato) e non hai creato plusvalore né certezze partendo dalla base che avevi, ma hai semplicemente migliorato col migliorare degli investimenti, dai quali dipendi ancora per migliorare ulteriormente. Il valore aggiunto dell’allenatore, per me non si è visto quanto mi sarei aspettato di vedere. D’altro canto, l’anno scorso è stato ritenuto insufficiente il lavoro dell’esordiente Pirlo che, oltre al quarto posto, ha vinto anche Supercoppa e Coppa Italia, a dimostrazione di come anche il raggiungimento dell’obiettivo minimo stagionale (+ 2 trofei) possa portare ad un risultato complessivo ritenuto insufficiente.

QUALE VALORE HA AGGIUNTO ALLEGRI? 🤏

Vorrei approfondire il discorso del “valore aggiunto”, per me fondamentale per giudicare la firma di Allegri e la sua prima stagione. Prima di addentrarmi in discorsi tecnico-tattici, c’è però da affrontare un problema a monte che frenava la Juve e necessitava di essere risolto, proprio dall’allenatore: serviva un lavoro importante su aspetti che gli americani definiscono intangibles, che dall’esterno magari non si notano, ma che hanno probabilmente portato alla firma del tecnico livornese più ancora dei risultati sul campo del suo predecessore.

Appena entrato alla Continassa, Allegri ha ritrovato infatti uno spogliatoio “rotto”, disunito, con primedonne trattate diversamente dal resto del gruppo e con i veterani Bonucci e Chiellini che chiedevano a mezzo stampa il ripristino della disciplina e delle regole. Serviva un allenatore di polso e, grazie anche all’addio di Ronaldo, il fuoriclasse dei fuoriclasse che però inevitabilmente creava “categorie” diverse all’interno dello spogliatoio, Allegri ha lavorato sin dal ritiro (tante multe, zero tolleranza) per far remare nuovamente il gruppo nella stessa direzione, senza gelosie e senza favoritismi. Ha inoltre dovuto costruire una “squadra”. Forte anche di un contratto quadriennale e della fiducia totale della dirigenza, mai venuta meno e fondamentale per la sua credibilità (almeno quanto il suo palmares), l’allenatore toscano ha dovuto compattare i giocatori attorno alla sua figura, che è divenuta quella di riferimento sopperendo a delle lacune dirigenziali (a Cherubini non mancavano le ore di volo, ma il palmares sì: ad Arrivabene entrambi e ci ha messo un po’ per ambientarsi nel nuovo ruolo e farsi sentire). All’inizio, l’impressione è che tutto fosse in mano ad Allegri, il quale si è dovuto accollare il compito di leader anche a livello comunicativo, oltre che tecnico. Lo ha fatto alternando bastone e carota, ed è forse una delle cose meglio riuscite della stagione. Nonostante la squadra affondasse in campionato, infatti, si è riusciti a mantenere sempre la barra dritta, ricorrendo anche ad un ritiro “punitivo” dopo l’ennesima sconfitta stagionale. L’impressione è che un esordiente, trovatosi nelle stesse condizioni, le avrebbe gestite peggio rispetto ad un “veterano” come Allegri e ne sarebbe stato travolto. Questo valore aggiunto rispetto a Pirlo si è visto, e ha pesato nella gestione quotidiana della rosa. È per me un indubbio merito che pesa a suo favore.

Poi, però, c’è il campo.

Lì, a mio avviso, il valore aggiunto non si è visto, almeno in questo primo anno, e dobbiamo essere onesti nel pensarlo e chiari nel dirlo anche per rispetto di cosa sia stato e possa essere un allenatore top mondo come Max. Se penso al gap che ci sarebbe dovuto essere tra l’esordiente Pirlo e Allegri, l’allenatore più vincente dell’attuale Serie A, mi sarei aspettato un miglioramento verticale, netto, in termini di punti e prestazioni. E invece gli allenatori che si sono dimostrati un valore aggiunto di questa stagione sono altri: sono Italiano, che chiuderà con una ventina di punti in più rispetto all’anno scorso, per di più per metà campionato senza Vlahovic; sono Juric, che al di là dei 10-11 punti in più ha trasformato il modo di giocare del Torino e l’ha reso squadra da prima metà della classifica dopo che l’anno scorso era forse pound-for-pound la peggiore squadra della Serie A; sono Tudor, che ha ereditato il lavoro di Juric e ha reso il Verona la rivelazione della stagione; sono Nicola che in poco più di una dozzina di partite ha fatto tenere alla Salernitana una media da metà classifica. Oppure c’è Pioli, che in 2-3 anni ha completato un processo di crescita personale e di squadra incredibile, trasformando se stesso in un allenatore dalle idee moderne e un gruppo composto per la maggioranza da giovani inesperti, in potenziali campioni.

Con Allegri, in tutta onestà, non ho visto questo cambio passo. E non l’ho visto nemmeno dopo l’acquisto di Vlahovic, capocannoniere del campionato, e di Zakaria. Prima dell’esordio di Dusan in maglia bianconera, infatti, la Juventus era quinta a 2 punti dall’Atalanta e a 11 dalla capolista (Inter). Oggi, a una giornata dal termine, la Juve è quarta a 13 punti dalla capolista (Milan) avendo sorpassato, in metà campionato, solamente l’Atalanta. Per carità, l’ha fatto, e per questo la sua panchina è salva. Ma l’hanno fatto anche altre tre squadre che hanno tutte approfittato del crollo dei bergamaschi che improvvisamente hanno tenuto un ritmo da bassa classifica. Insomma: i grandi investimenti di gennaio e le aspettative di rimonta, classifica alla mano, hanno prodotto solo il sorpasso della Dea, sorpasso che Lazio, Roma e Fiorentina hanno effettuato a loro volta senza investire un centinaio di milioni di euro (anzi, la Fiorentina incassandoli).

QUANTO PESA UN SORPASSO? ⚖️

Proprio questo fantomatico sorpasso, secondo Arrivabene, è ciò che differenzia in positivo questa stagione rispetto alla passata. Non c’è dubbio: mentre con Pirlo ci siamo qualificati grazie al Verona restando attaccati alle radioline fino al 95′ (scena abbastanza pietosa per una squadra con la storia della Juve), con Allegri si è conquistato il quarto posto alla 24a giornata e da allora lo si è mantenuto. Meglio, molto meglio. Ma il fatto che l’Atalanta nel frattempo abbia fatto peggio di altre 12 squadre di Serie A a livello di punti, Salernitana inclusa, ha aiutato. Ciò deve far pensare che alla fine non ci fossero molti avversari credibili in questo campionato in grado di contenderci l’obiettivo minimo, vista l’autoeliminazione dell’unica candidata seria, e non può non rimettere in prospettiva le cose. Così come non può non pesare il fatto che per 15 giornate hai solamente “consolidato il quarto posto” senza mai superarlo, nemmeno una volta.

Non solo non hai mai sorpassato le tre davanti, ma in 8 partite disputate contro di loro non hai mai vinto (e non succedeva dal 1961-62) e ci hai perso 2 trofei (3, per chi considerava Juve-Inter una gara-Scudetto). Non l’hai fatto nemmeno con l’unica che poi hai superato, ovvero l’Atalanta. Non c’è mai stato nemmeno un sussulto: un piattume francamente non da Juve. Anche in questo caso non si è visto il valore aggiunto di un allenatore che queste gare importanti era abituato a vincerle anche tatticamente, mettendo sotto gli avversari e portandoli a scuola.

Non si è visto, a conti fatti, nemmeno l’Allegri che costruiva i suoi successi in casa demolendo gli avversari. La Juventus ha infatti chiuso il campionato con soli 35 punti conquistati all’Allianz Stadium: sono il minimo fatto registrare dai tempi di Delneri (da allora non eravamo mai scesi sotto i 44, superando spesso i 50). Lo Stadium, con il suo effetto dopante che un tempo faceva rosicare gli avversari, è stato il settimo stadio per punti realizzati in Serie A. Totalmente azzerato l’effetto che, un tempo, faceva la differenza. Per la prima volta dal 1949-50, abbiamo fatto più punti in trasferta che in casa. Difficile così scaldare i propri tifosi e riportare entusiasmo.

Sempre a proposito di record negativi, i 57 gol realizzati sono la peggiore performance dai tempi di Delneri (57 pure lui) e 9 squadre hanno fatto gli stessi gol o di più comprese Udinese e Fiorentina. Anche contando solo il periodo con Vlahovic, la media gol è stata 1,6 per partita, con proiezione 61-62 in una stagione: sarebbe stata ugualmente la peggiore dai tempi di Delneri. Per la prima volta dal 1968-69, inoltre, la Juventus ha concluso il campionato senza avere mai vinto una partita con più di due gol di scarto. Sorprendentemente rispetto ad una certa narrativa, inoltre, anche per quanto riguarda i gol subiti (gli stessi dell’anno scorso), per la prima volta dai tempi di Delneri non abbiamo avuto una delle migliori 3 difese del campionato nonostante de Ligt e i campioni d’Europa Bonucci e Chiellini, e nonostante un gioco spesso iperdifensivo e mai rischioso.

Ciò che mi sarei aspettato, dopo un girone d’andata chiuso a 34 punti (il peggiore dai tempi di Delneri) e dopo il mercato di “riparazione” invernale, sarebbe stato un girone di ritorno vinto, o quantomeno chiuso con una forte crescita. Lo abbiamo chiuso a 36 punti, due soli in più rispetto al girone pessimo d’andata. La somma, 70 punti, è il più basso numero di punti realizzato in campionato dai tempi… si insomma, di Delneri.

Ci sarebbe poi anche la Champions League. Non mi aspettavo certo di vincerla: il gap con i top team europei negli ultimi anni è aumentato più che diminuire, ma uscire perdendo 3-0 in casa, il peggior risultato di sempre in gare ad eliminazione a/r, non è stato simpatico, così come non essere riusciti a fare un gol in 179′. Ma, di nuovo: a parte Chiellini, chi aveva reali aspettative in questa competizione?

VINCERE E CREARE VALORE 🤌

Mi si dirà: Antonio, ma è normale fare i peggiori risultati da un decennio a questa parte, perché questa squadra è la peggiore da un decennio a questa parte! Opinabile. Ma, anche così fosse, quest’anno sarebbe dovuto essere l’anno zero inteso non tanto come zero titoli, ma soprattutto come anno in cui ricostruire qualcosa. “Vincere e creare valore”. Lasciamo da parte il vincere e pensiamo al valore creato: sento spesso ripetere che Allegri avrebbe rivitalizzato Rugani, avrebbe fatto rendere De Sciglio, per qualcuno Bernardeschi, per altri McKennie. Sono anche d’accordo, ma sono quelli i giocatori che ci aspettavamo rivitalizzasse, o i pilastri attorno ai quali dovevamo costruire il futuro? I Danilo, i de Ligt, i Chiesa, i Locatelli, i Kulusevski, i Bentancur, gli Arthur, i Cuadrado, i Dybala, i Kean, i Morata, i Vlahovic… hanno migliorato il loro rendimento rispetto alla passata stagione? Due di loro certamente sì, possiamo dirlo all’unanimità, e non vi devo dire quali siano e perché.

PROPOSTA DI GIOCO 🙃

Se c’è una cosa che questa stagione ha dimostrato, è che Allegri fosse effettivamente impreparato a questa Serie A. Lui l’ha definita “ruggine”, posso anche accettare la definizione, ma è comunque una colpa, soprattutto perché, non ne avesse avuta, saremmo potuti essere competitivi da subito e forse fino alla fine. Qui è da un po’ di tempo che si sostiene come la Serie A attuale sia diversa da quella di 3-4 anni fa; per quanto il calcio sia sempre prendere a calci un pallone, lo si fa in maniera diversa e ciò rende più efficace o meno fare un certo tipo di calcio. Sì, lo so, il politically correct imporrebbe di ribadire ogni 2 frasi come “ognuno allena come vuole, la tattica è solo il mezzo per arrivare a vincere, esistono diversi modi per vincere”. Certo, è vero e lo scrivo volentieri, perché giusto. Però, non hai vinto e non sei stato efficace, nel complesso della stagione.

Allegri a me è sembrato rigido, molto meno flessibile della narrativa di allenatore “che si adatta” che si portava dietro. Aveva a disposizione infatti una rosa con delle caratteristiche individuali che in tanti casi mal si conciliavano con il suo modo di giocare, ma nonostante ciò, Allegri non si è adattato, preferendo far adattare (male) i giocatori alle sue idee, o distruggerli/cederli. Questo incaponirsi (per carità, legittimo) su un solo modo di giocare e sugli stessi principi, inoltre, l’ha spinto all’ossessiva ricerca di equilibri (difensivi), che ha solo parzialmente raggiunto, e che ha pagato in fase di possesso creando poco e segnando un numero davvero basso di gol. Ciò l’ha portato a subire per lunghi tratti di partite anche da squadre di bassa classifica e a dipendere dalla giocata dei singoli, che spesso ti ha premiato (sei la Juve, hai giocatori forti), ma a volte ti ha punito.

Tornando alle caratteristiche della rosa: era adatta nella sua totalità per il suo credo calcistico? Probabilmente no. Ma 1) Allegri ha accettato la sfida di un ritorno alla Juve conoscendo perfettamente chi avrebbe avuto a disposizione e le loro caratteristiche: se non era convinto di poterli sfruttare al meglio, avrebbe potuto rifiutare. Sì, lo so, il “contrattone” attraeva verso lo sticazzi ma, battute a parte (è un articolo lungo, prendiamo fiato!), ciò che intendo è che di solito è l’allenatore che deve spiegare alla dirigenza come far rendere al meglio i giocatori che ha disposizione, al di là della valutazione complessiva della rosa. E i dirigenti devono prendere giocatori migliori e più funzionali in sede di mercato. Non viceversa. Quando Conte si presentò a casa di Andrea Agnelli nell’estate del 2011, si presentò illustrando per filo e per segno come avrebbe voluto far giocare quei giocatori, in maniera talmente convincente che se ne uscì con una stretta di mano che gli valse il contratto. Non sto rimpiangendo Conte, non è quello il senso della frase almeno: è semplicemente ribadire come non si possa usare come “scusa” il fatto che una squadra fosse composta da singoli forti, ma assemblati male. Non la si è usata, d’altro canto, nemmeno con Maurizio Sarri, due anni fa. 2) Se sei all’anno zero di un nuovo progetto, ci sta che tu “spenda” il primo anno a capire chi sia adatto e chi no alle tue idee. E a fare terra bruciata di chiunque non sia adatto a te.

Noi però dobbiamo giudicare questa, di stagione, non il progetto quadriennale. Per questo non sono d’accordo quando mi si dice che questa squadra non fosse forte. Lo era, anche se con le sue caratteristiche. In difesa aveva de Ligt e Chiellini, due giocatori fortissimi nelle preventive e in grado di fare la differenza anche giocando alti: non è stato quasi mai fatto, lasciando piuttosto inizialmente in panca de Ligt per fargli vedere Bonucci e Chiellini che difendevano in area. E’ una scelta, non un’esigenza. Altro esempio? Ti mancava un regista alla Pjanic? Hai comunque cercato di adattare in quel ruolo Locatelli, che ha altre caratteristiche, o hai forzato Arthur a trasformarsi (non riuscendoci) in un calciatore che non è. Solo a gennaio, causa infortuni, Allegri ha provato entrambi a 2, davanti alla difesa, e il risultato è stato sorprendentemente (?) buono. Così come lo è stato, ancora di più, lanciando Miretti. E ancora: avevi Bentancur, un centrocampista che aveva già dimostrato (es. con Sarri) di poter giocare davanti alla difesa con particolari compiti (ovvio, non di regia, ma di pressing alto, alzando il baricentro e l’intensità) e a determinati ritmi: non è mai stato messo in condizione di farlo, tranne poi finire al Tottenham e, in un contesto tattico diverso e a lui più congeniale, esplodere con un rendimento elevatissimo. Altro esempio ancora? Morata. Per tutto il girone d’andata, è stato impiegato in un modo a lui non solo non congeniale, ma che ne ha evidenziato solo i difetti, oscurandone i pregi. Si sarebbe potuto provare qualcosa di diverso, in assenza di un centravanti classico? Sì. Ma non è mai stato fatto. E Morata, nella seconda parte di stagione, è tornato ad un rendimento più accettabile. Insomma, Allegri più che adattarsi ha passato il suo primo anno a far adattare i calciatori al suo gioco e a scartare quelli che non fossero adatti, al di là dell’indubbio talento (Kulusevski, coff coff).

Nel fare ciò, ha sacrificato probabilmente il rendimento di qualcuno di loro, forse anche il rendimento generale della squadra, ma ha dato un’impronta tattica sulla quale costruirà le prossime stagioni. Per non rendere la stagione un anno perso, sarà fondamentale lavorare di taglio e cucito sul mercato, perché tanto chi non è adatto, difficilmente verrà sfruttato diversamente. Alla fine, ha fatto quello che mi sarei aspettato da Sarri, se solo non avesse avuto tutti quei problemi di spogliatoio. Fare il suo gioco, scartare chi non fosse adatto e costringere la società a intervenire sul mercato per prendergli giocatori più funzionali. Ecco un’altra qualità indubbia di Allegri: lui, probabilmente, ci riuscirà. Ed un po’ (tanto?) è anche merito del suo saper stare all’interno di un’azienda.

INFORTUNI E PREPARAZIONE ATLETICA 👨‍🦽

Passiamo ad un argomento delicato, che tanto divide (e non capisco francamente perché). Non voglio ripetermi: ci ho già scritto un articolo e, nonostante si continui a negare l’esistenza di un problema (serio), e nonostante Kulusevski abbia di fatto spiegato di essere andato in sovrallenamento a Torino mentre a Londra ha immediatamente corretto e bilanciato gli allenamenti (farsi due domande mai, eh?), si usa comunque come giustificazione il fatto che gli infortuni più gravi (Chiesa, McKennie) siano traumatici. È vero, e lì è sfortuna. Nei tanti altri casi di adduttori e affaticamenti vari, però, qualche responsabilità ci sarà e, visto che Allegri è a capo di uno staff di preparatori da lui scelti, sarebbe il caso di iniziare a chiederne conto, piuttosto che giustificare. Torniamo al discorso iniziale: le foche che applaudono sono divertenti, ma non sono costruttive. Qui nessuno vuole la testa di nessuno, ma porsi dei dubbi è sia doveroso che serio. Anche perché, prendo a prestito le parole dell’amico Matteo Bleve, preparatore atletico, “ricordatevi che per un atleta, così come per le persone che non fanno dello sport il loro lavoro, l’infortunio è un evento fortemente negativo. Noi lo viviamo attraverso lo schermo o dalla notifica del telefono e forse può essere sminuito, ma una lesione muscolare è molto dolorosa e non riguarda solo il momento in cui accade: ha ripercussioni sulle attività quotidiane (banalmente muoversi dal divano alla cucina), ha dei costi, causa stress psicofisico, causa perdita economica personale, ma soprattutto complica la carriera sportiva. L’atleta non vuole l’infortunio. Mai”. È responsabilità dell’allenatore tramite il suo staff preservare le condizioni fisiche del suo gruppo, ed è una responsabilità della società che il patrimonio tecnico non perda valore causa infortuni.

IL PROGETTO GIOVANI 🔞

Proprio gli infortuni, comunque, col loro alternarsi fluttuante di negazionismo e alibi, hanno dato la possibilità, a campionato finito, di provare un giovane, almeno uno: Fabio Miretti. Visti i risultati, si sarebbe potuto provare pure prima (come detto dal padre, e concordo), ma rappresenta comunque l’unica nota veramente lieta della stagione, che sarebbe bene portarsi dietro anche nella successiva per rendere completo l’exploit avvenuto in campo. Ma siamo in sede di analisi, e un’analisi non può non partire da quelli che erano gli obiettivi, anche in questo caso.

In estate, infatti, Cherubini aveva presentato un vero e proprio “progetto sportivo” in cui fissava gli obiettivi a breve e medio termine della società. Tale progetto prevedeva «vincere tutte le competizioni alle quali partecipiamo» (e vabbè!), ma «con delle modalità diverse» dal passato. Quali? Allegri ad esempio avrebbe dovuto (e dovrebbe) valorizzare il nuovo target di giocatori che la società aveva intenzione di acquistare e quelli già acquistati e ancora giovani. Cherubini è stato molto chiaro nel sostenere come questo nuovo ciclo si sarebbe basato sui giovani sia in sede di campagna acquisti (e si è inizialmente visto: non abbiamo preso Pjanic), sia per quanto riguarda la valorizzazione del parco giocatori già a disposizione nelle giovanili. In tutto questo, l’U-23 avrebbe giocato un ruolo fondamentale per produrre calciatori per la prima squadra. L’obiettivo è fare in modo che ogni anno i migliori della U-23 si aggregassero e giocassero con i big in modo da imparare da loro e accorciare quel percorso, che solitamente prevede il passaggio intermedio in altri club, dove i giovani venivano mandati “per maturare” (la C, poi la B, poi la bassa A, poi eventualmente la Juve). L’idea era insomma, tramite l’alternanza tra U-23 e prima squadra, quella di rendere più pronti i giovani al grande salto in modo da seguire l’esempio di Alvaro Morata (nel Real) e passare direttamente dalla seconda alla prima squadra.

Questo è ciò che è stato illustrato e che si sarebbe voluto fare. Non solo: addirittura (e concordo in pieno), mettendo i migliori giovani nei 21-22 che compongono la lista Champions, in modo quasi da “costringerti” a usarli. Tutto questo, nei piani, sarebbe dovuto avvenire «in tempi brevissimi». Anzi, secondo Cherubini, c’erano già dei giovani che erano pronti per fare il grande salto senza necessità di passaggi intermedi, già da subito.

Come è andata? Beh, pretendere che già in un anno una rivoluzione del genere (per me giustissima) potesse essere attuata ed ottenere dei frutti, probabilmente era un filino troppo ambizioso.

Più che altro, è successo che Allegri – a parole – più volte ha fatto capire di avere altre idee e che servisse una mediazione o un annacquamento del progetto.

Il suo modo di comunicare e trattare i giovani, è stato totalmente diverso da quello della dirigenza. De Ligt, ad esempio, ha inizialmente fatto panca (per scelta) col Napoli, col Milan, con la Roma ha avuto un “affaticamento”, poi panca con l’Inter, panca col Milan, panca col Chelsea (poi entrato all’ultimo per un infortunio di un compagno), perché «con i giovani bisogna avere calma», «la maglia della Juve pesa» e «serve esperienza per giocare titolari nella Juve». Poi ovviamente ha finito per giocare e fare prestazioni di prepotenza tecnica e dominio, ma capite che, se questo ragionamento viene effettuato sul giocatore più forte e con maggior talento della rosa (già capitano di quell’Ajax che eliminò dai quarti di Champions proprio la Juve di Allegri e Ronaldo, 3 anni fa, e con 250 partite da professionista alle spalle), è un modo di pensare inestirpabile nella mente dell’allenatore e totalmente in contrasto con quello che era il progetto di Cherubini. Così come totalmente in contrasto sono apparsi i vari discorsi durante la stagione fatti sui giovani e sull’ideale percorso di crescita che i giovani dovrebbero avere secondo Allegri, ovvero passare dalle giovanili a tappe intermedie in C, in B e in bassa A prima di poter essere presi in considerazione. Tranne un caso su mille. Che però non è quello che aveva annunciato di voler fare Cherubini.

Quest’anno dalle giovanili hanno visto il campo in prima squadra Da Graca per 1 minuto, Soulè per 3 minuti, Palumbo per 12, De Winter per 81, Akè per 134 e Miretti per 322. Il complessivo di 553′ rappresenta lo 0,9% dei minuti totali.

Ecco, questo è un aspetto chiave della programmazione che andrà chiarito quanto prima e migliorato. Va bene investire sui Pogba, i Di Maria e i campioni già fatti e finiti, ma la sostenibilità economica passa anche dalla capacità di abbattere i costi con i giovani, che non possono più essere ignorati. Vedremo se una mediazione fra visione evidentemente distanti avverrà: ci si gioca molto del futuro non solo sportivo del club.

STAGIONE DI TRANSIZIONE O ANNO PERSO? 🚮

Conclusioni. Alla luce di tutte le opinioni espresse, e dei diversi punti di vista affrontati, per me si è trattata di una stagione di transizione deludente. Allegri non ha valorizzato quasi nessuno, non si è adattato alla rosa a disposizione, si è intestardito su un modo di giocare che, con questi interpreti, probabilmente non era congeniale e che non ha portato ai risultati sportivi sperati. Ha però tenuto lo spogliatoio (ed è una novità, visti i precedenti) anche grazie alla compattezza della dirigenza attorno al suo nome, ha tenuto la barra dritta imponendo il suo gioco al gruppo calciatori e la sua visione in generale, ha scartato giocatori che tanto non era in grado di sfruttare correttamente o che non aveva tempo di sviluppare e probabilmente si farà acquistare in sede di mercato dei giocatori più adatti per provare a vincere già dall’anno prossimo, alla sua maniera. Per lui, sicuramente è un anno di transizione verso la prossima. Per capire se lo sarà pure per la Juventus, o se sarà un altro anno perso, servirà capire che tipo di mercato faremo in estate, se si troverà una mediazione sul progetto giovani che non andrebbe assolutamente accantonato e se si risolverà in maniera costruttiva e non con scaricabarili la questione degli infortuni.

La sufficienza, ad ogni modo, a mio avviso almeno quest’anno non può dirsi raggiunta e sono i numeri, inesorabili, a dircelo. 70 punti complessivi e un girone di ritorno inferiore (36 punti) a quello di Pirlo dell’anno scorso (39), sono una base di partenza molto più bassa di quella che comunque ci si sarebbe potuti e dovuti aspettare. A maggior ragione da un allenatore come Allegri e con l’investimento fatto per portarlo a Torino.