Meglio vincere o divertire?

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  • Categoria dell'articolo:Calcio
  • Articolo pubblicato:1 Aprile 2022
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“Preferiresti essere ricco o essere felice?”

Se vi facessero questa domanda, come rispondereste? Qualcuno di voi, istintivamente, direbbe “ricco”. Qualcun altro, invece, risponderebbe “felice”. In realtà, non si tratta di due scelte necessariamente da contrapporre. Si può essere ricchi e felici, ricchi e infelici, poveri e felici, poveri e infelici. Scornarsi su quale opzione sia la “migliore”, non ha senso proprio perché le due scelte e si potrebbero tranquillamente sovrapporre.

È la stessa cosa che succede ormai da un po’ di tempo a questa parte con il dibattito “meglio il belgiuoco o il risultatismo?”, dibattito tutto italiano, che contrappone due categorie inesistenti (specialità della casa: avviene anche in politica e in altri ambiti più “seri”). Chi sarebbe, esattamente, un “belgiuochista”? Qualcuno si è mai definito tale? E i risultatisti, chi sarebbero? Allegri e…? Inzaghi cos’è? Lippi? Conte dove lo mettiamo? E fuori dall’Italia…Tuchel è un laptop trainer o è allegrista? E l’Emery che nel primo tempo contro di noi si difende senza palla? Capite quanto sia stupido in generale vivere di etichette? Figuriamoci difenderle.

Non solo sono etichette attribuite dalla stampa o da tifosi a cazzo di cane, ma anche in questo caso viene chiesto di scegliere tra categorie che, pur accettandole teoricamente, quasi mai sono in contrapposizione. Guardiola, per la stampa il “re dei belgiuochisti”, all’intervallo di una gara importante in cui è sotto un gol, spacca le sedie dello spogliatoio, mica si congratula per gli xG o la percentuale di passaggi riusciti: inveisce per i gol mancati e la poca concretezza, come tutti. Lui ti direbbe che è il primo risultatista al mondo. Che vive per la vittoria, che non dorme la notte delle vigilie importanti, che ha una ferocia e una fame di vittorie quasi patologica sin da quando giocava (nel Barcellona del belgiuoco così come nel Brescia di Mazzone). Allo stesso tempo, è facile imbattersi in un’intervista di Allegri nella quale affermi che il calcio sia arte e non numeri, che la qualità dei giocatori non vada imbrigliata da schemi, che la tecnica sia fondamentale. O, come nella recente intervista rilasciata a GQ (parentesi: Sarica è uno di quelli bravi), che giocate di fuoriclasse come Modric e Benzema lo facciano addirittura emozionare. Concetti che potremmo attribuire ad un “belgiuochista”, finanche ad un esteta del calcio. E ancora: si può ascoltare Tuchel dire che i calciatori vincano le partite e che il ruolo dell’allenatore sia solamente quello di creare loro il contesto ideale per farli esprimere, così come Klopp parlare dell’importanza dell’organizzazione di gioco. E la settimana dopo sentire Tuchel parlare dell’importanza degli schemi e Klopp ringraziare Salah perché gli ha vinto una partita che meritavano di perdere.

Allora, perché si continua a fare sempre questa distinzione che non ha alcun senso, che per gli addetti ai lavori non esiste e lo si fa domandando sempre e solo ad Allegri quale dei due immaginari schieramenti sia migliore dell’altro? (oh, dice che preferisce vincere! Wow! E voi che credevate dicesse che preferirebbe perdere…). Probabilmente lo si fa per due motivi.

Il primo, è che si tratta di un contenuto “facile”. È come quando era ancora in vita il buon Gigi Simoni – pace all’anima sua – e gli si domandava ogni volta, prima di uno Juventus-Inter, se quel contatto Ronaldo-Iuliano… e lui che – a distanza di anni – continuava a dire “Scandaloso!”. E si portava a casa la prima pagina, facile. Con Allegri ormai sta diventando la stessa cosa. Conferenza stampa, di domande di campo manco a parlarne… che si chiede? Ah, sì, del “belgiuoco” e del “pragmatismo”. E Allegri ci casca sempre, difendendo la sua posizione risultatista che però non è attaccata da nessun suo collega e in generale da nessuno dotato di senno. Intervista esclusiva? E che fai, non ce la schiaffi una domanda sul belgiuoco in mezzo a un paio di gossip? Allegri perde una partita o ne vince una giocando male? Daje. “Corto muso”, “Belgiochismo” e “pragmatismo”, mescolati a caso giusto per farlo partire con la solita filippica e “speriamo ci regali altri perle o qualche polemica!”.

Il secondo motivo, è che quelle “perle” e quelle “polemiche” senza senso finiscono ai “porci”, ovvero noi tifosi. Che non aspettiamo altro, ultimamente. Commento la Juve da una decina d’anni abbondanti e la tifoseria bianconera è sempre stata divisa: un tempo c’erano i moggiani e gli antimoggiani, poi gli juventiniveri e i cobolliani, in generale gli aziendalisti e i critici. E ancora i delpieristi e quelli che “ha rotto il cazzo”, e via di divisioni per qualsiasi cosa. Basta dare il via e si parte con le danze. Ora è la volta degli “adanisti”, contro i “fantini”, dei “lavagners” contro i “boomer”… e sono etichette seriamente attribuite da gente maggiorenne!

Tutto ciò, però, si potrebbe evitare facendo propri tre princìpi.

1) Ognuno allena come ritiene più giusto fare. Tra gli allenatori, questo sembra un concetto piuttosto accettato. Tradotto: ognuno si fa i cazzi suoi e pensa a se stesso, al netto di Mourinhate ormai sempre più rare. Chi ultimamente è in campagna elettorale perenne, invece, è proprio Allegri, imminchiatosi sin dal confronto con Adani fino a diventare – spiace – un disco rotto. Prendendola larga, tra una risposta e l’altra, siamo arrivati infatti a parlare di “DNA” delle squadre (grande cagata senza se e senza ma), a discutere la scelta del Bayern Monaco di firmare Guardiola “snaturandosi”, o quella delle squadre inglesi di rinunciare ai cross. E ancora critiche a Viscidi e al “sistema Italia”, con Coverciano da abbattere e rifare da zero, con banalizzazioni del lavoro altrui (“giocare bene è facile, basta…”) e a volte pure proprio, con critiche a colleghi definiti “scimmiottatori di Guardiola”, divisione dei colleghi in “categorie”, e il desiderio di restaurare “il calcio all’italiana”, con la palla in tribuna perché “quando sento parlare della costruzione dal basso mi viene da ridere”, e “non vi fate abbindolare da cose che non esistono”. Sì, è Allegri che da quando è stato criticato nonostante i titoli vinti, sicuramente inizialmente per difendersi, ha poi finito per parlare da solo. Nel senso che non c’è nessun collega che dialoga con lui. Non c’è nessun dibattito in corso tra allenatori, nessun collega che sostenga cose diverse ai microfoni, o che abbia anche solamente interesse a iniziare una discussione su queste basi. In realtà, non ci sono nemmeno giornalisti che esprimono più la propria opinione sull’argomento, limitandosi a fargli la stessa identica domanda ogni volta e ad appuntarsi le risposte o a fare uno scontato editoriale che cambia come bandiere al vento a seconda dei risultati. Tranne un paio, forse, che continuano e che però non posso seriamente credere esercitino una tale influenza psicologica su di lui e… sul “mondo del calcio” (cit.) da creare un “caso” e addirittura fazioni di persone dotate di intelletto.

Perché una cosa deve essere chiara. Nella storia del calcio, anche recente, ha vinto gente che adottava le tattiche più disparate.  Il nuovo contro il vecchio, il vecchio contro il nuovo, l’attacco contro la difesa, il tiki-taka contro il catenaccio… abbiamo visto tutto e il suo contrario. Non esiste un modo di giocare che porti sicuramente alla vittoria, così come non esiste tattica che si adatti necessariamente a qualsiasi contesto umano e tecnico (vero, Sarri?). Aggiungo: non esiste nemmeno la controprova. Possiamo dire cosa sta funzionando e cosa non sta funzionando in un determinato momento, ma non possiamo dire come sarebbe andata se si fossero fatte le cose diversamente. Stabilire proprio per questo quale tattica o quale modo di giocare o pensare il calcio sia migliore è proprio impossibile. Nel calcio, inoltre, esistono come detto i contesti e quello che funziona un anno non funziona necessariamente cinque anni dopo (sì, il calcio cambia), così come quello che funziona a Siena non funziona necessariamente altrettanto bene a Lecce (e non, ovviamente, per questioni geografiche). Allegri ha tutto il diritto di difendere la propria idea di calcio e altrettanto diritto di esprimerla, nei modi che ritiene opportuni. Può anche criticare quella dei colleghi ed evidenziare i difetti di quella che qualcuno vorrebbe adottasse. Ma non è giusto farne un “caso”, perché non esiste. La stampa che quando Allegri vinceva scriveva “però Sarri gioca meglio, meriterebbe lui” è infatti la stessa che quando Sarri è andato alla Juve lo ha bocciato senza mezzi termini. Che quando Mancini parlava di obiettivo Europeo, lo perculava. E che poi, dopo che ha vinto contro tutti i pronostici, ha elogiato il modo di giocare dell’Italia (“mai più un passo indietro”) e la “scuola Italia”. Che poi l’ha rimesso in discussione qualche mese dopo con l’eliminazione dal Mondiale tirando in ballo addirittura il 73enne Lippi e il 70enne Ranieri. La stampa è la stessa che dopo una striscia di risultati consecutivi ha elogiato il “cortomuso” di Allegri e poi, dopo l’eliminazione con il Villarreal, ha criticato il cortomuso. E che adatterà il proprio giudizio al risultato di Juve-Inter dal quale verrà fuori se Allegri sia un genio o un coglione.

Chiacchiere.

Talmente chiacchiere che, dopo una necessaria pausa di due anni, il tecnico livornese è tornato alla Juventus, da re, con un contratto record sia per durata che per entità, altro che critiche e Sarrismo. E allora, sarebbe forse il caso noi di ricordarci che ognuno allena come preferisce e come sa, e lui che la guerra è finita e l’ha vinta ritornando su quella panchina con la possibilità di aprire un nuovo ciclo in bianconero. Non deve convincere nessuno, se non la dirigenza e la proprietà bianconera.

2) La tattica è solo un aspetto della preparazione delle partite. Si vince anche con i cambi (vero, Inzaghi?), si vince leggendo bene la partita e/o reagendo agli imprevisti. E si vince anche con un po’ di sano e immancabile culo. Mi è capitato pochi giorni fa, mentre scorrevo dei video su Tik Tok, di imbattermi in uno in cui Balotelli, dopo l’ennesimo dribbling sbagliato con palla persa che coronava 70′ imbarazzanti, rifiutava una sostituzione chiedendo almeno di battere la punizione guadagnata dalla sua squadra a 40 metri dalla porta. Tiro e gol. Non arriviamo agli eccessi: il calcio non è solo la somma della qualità dei calciatori (altrimenti poi qualcuno ci dovrebbe spiegare il PSG, che ne annovera più di tutti e perde un campionato col Lille di Ikonè), però non è nemmeno – appunto – solo tattica. Il nostro Michele Tossani lo definisce un tavolo con 4 gambe: una rappresenta la psicologia, una la tecnica individuale, una la tattica e una la preparazione fisica. Tutte incidono e, se una delle quattro non funziona, il tavolo al primo peso poggiato sopra, viene giù.

3) Così come ognuno allena come ritiene più opportuno fare (e poi lo si valuta dai risultati), allo stesso modo ognuno tifa come gli pare e piace. Si può tranquillamente trovare un modo di giocare eccitante come la sabbia nelle mutande. E sticazzi. Il tifo non ha patenti, non ci sono requisiti stabiliti a priori per essere un buon tifoso, non si deve per forza essere allegristi, non si deve per forza essere risultatisti (la Juve lo è, però!), non si deve per forza essere aziendalisti, non si deve per forza applaudire e sostenere ma si può anche protestare e criticare, chiedere la sostituzione di un allenatore o un dirigente, si può tifare per solo divertimento e “annoiarsi” dinanzi a spettacoli brutti, oppure si può vivere le gare con religiosa passione e sognare una vittoria 1-0 al 92° con gol di fondoschiena di un difensore, che “così è ancora più bello!”.

Detto tutto questo, perciò, la prossima volta che qualcuno chiederà ancora “meglio il belgiuochismo o il pragmatismo/risultatismo?”, pensateci. E tornate a giocare ad Elden Ring.