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Adieu, Blanc. Non servi più

Il “Cafè de Flore” è uno dei più famosi e storici bar di Parigi. Situato nella rive gauche, nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, è tuttora considerato il tempio della letteratura francese avendo ospitato scrittori del calibro del Nobel Jean-Paul Sartre e dell’attivista Simone de Beauvoir. Nel dopoguerra era solito affollarsi di critici letterali, romanzieri, filosofi, registi e musicisti della Parigi-bene, tanto da divenire un vero e proprio catalizzatore culturale di rilievo internazionale. Oggi i grandi magazzini hanno sostituito gli storici bar e le librerie che un tempo riempivano il quartiere rendendolo unico, e al “Cafè” si va solamente per fare colazione, magari seduto attorno ai famosi tavolini in mezzo alla strada, sperando di incontrare qualche personaggio famoso. Succede ancora, ogni tanto, che di lì ne passi qualcuno.

E’ successo un giorno di marzo del 2005, quando JOHN ELKANN incontra – si dice “casualmente” – JEAN CLAUDE BLANC. I due si conoscevano già: il capodanno prima l’erede dell’Avvocato lo aveva “convocato” a Marrakech, in Marocco, nel riad di nonna Marella. JOHN era affascinato dal curriculum del francese: fra le altre cose, una laurea a Nizza, un master ad Harvard, il ruolo di responsabile delle cerimonie di apertura e chiusura dell’Olimpiade di Albertville, quello di organizzatore di nove edizioni del Tour de France, otto Parigi-Dakar, e ancora di direttore generale della Federtennis francese, di organizzatore del Roland Garros e della Coppa Davis e via dicendo. I due avevano già scambiato quattro chiacchiere generiche, si erano piaciuti. Quel giorno di marzo JOHN gli parla nuovamente, e si convince: è lui l’uomo giusto. «Elkann ha scelto me per creare una rottura con il passato», ammette BLANC il 24 dicembre 2009 al giornalista Pilippe Ridet di Le Monde, in un’intervista-confessione nella quale ricorda l’episodio. Una rottura, ma perché? La Triade vinceva, tanto. In dodici anni di gestione 7 Scudetti (e 4 secondi posti), 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe Italiane, 1 Champions League (e altre 3 finali perse), 1 Supercoppa Europea e 1 Intercontinentale. In più i conti “in ordine”, un “progetto industriale” pronto per essere presentato, un piano approvato per la ristrutturazione del Delle Alpi, contratti record con gli sponsor, la quotazione di parte delle azioni societarie in Borsa. La migliore dirigenza calcistica al mondo, già un anno prima di Calciopoli, era destinata – ormai è storia – ad essere sostituita, cinicamente e apparentemente insensatamente.

Ma un senso c’è: e riguarda soldi e potere. Dopo la morte dell’Avvocato (gennaio 2003) e quella del DOTTOR UMBERTO (maggio 2004), infatti, aveva avuto inizio una guerra senza esclusione di colpi tra gli eredi e la società di calcio – gestita dall’Umbertiano GIRAUDO, era finita pericolosamente in mano al ramo “sbagliato” (per ELKANN & co., s’intende) della Famiglia. I due “nemici” avevano addirittura proposto al CdA l’ingresso del giovanissimo ANDREA, figlio di UMBERTO, per prenderne di fatto il posto. La capacità di attirare investitori anche stranieri inoltre faceva sospettare di possibili scalate, che il ramo “Elkaniano” voleva assolutamente evitare. Del ramo fa parte ovviamente anche LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, che sempre in quella vigilia di Capodanno del 2004, proprio mentre ELKANN festeggia con BLANC in Marocco, da Dubai annuncia al team sportivo della Ferrari presente, tra uno champagne e l’altro, che la Triade aveva ormai le ore contate. Lo riferisce a MOGGI un alto ufficiale della Guardia di Finanza, lì presente con la figlia. Ne fa parte, inoltre, ovviamente anche LAPO ELKANN, che non lesina battute sulla dirigenza bianconera, provocando la reazione pubblica e stizzita di GIRAUDO, costretto suo malgrado ad elencare i trofei vinti per rispondere alle accuse di mancanza di “smile” e simpatia. Il clima, siamo al 2005, è ormai tesissimo, tanto che ANDREA smette, assieme alla madre, di seguire la Juventus (ci tornerà solo cinque anni dopo) e CAPELLO, che dopo la morte di UMBERTO, vede la Juve “in pericolo avvoltoi”, fa inserire nel suo contratto una clausola che ne permette la rescissione unilaterale nel caso in cui GIRAUDO non dovesse essere più AD. L’11 maggio le parole diventano fatti: BLANC viene cooptato nel CdA assieme a BERTOLA e CHIAPPERO e, già da settembre, si inizia pian piano a parlare del suo ruolo di possibile erede/sostituto di GIRAUDO (leggi ROBERTO PERRONE su La Repubblica del 29 settembre). MOGGI non pare in pericolo: come detto la scelta è esclusivamente economica, e serve “togliere” la Juve agli Umbertiani. MOGGI è un uomo di calcio, non di finanza, tanto che per Lapo è “il più simpatico” dei tre: non è lui il bersaglio primario.

Tornando a BLANC, resta nel CdA fino a quando, esattamente un anno dopo, l’11 maggio 2006, lo stesso consiglio rimette il proprio mandato agli azionisti. Di fatto è la fine dell’era GIRAUDO/MOGGI, improvvisamente travolti dalle intercettazioni pubblicate illegalmente dai giornali che diedero vita a Calciopoli (e qui ognuno può darne l’interpretazione che vuole). BLANC torna nel CdA giusto tre giorni dopo, e dal 29 giugno 2006 ne assume ufficialmente la carica di Amministratore delegato. Il resto è storia nota: la Juventus è colpita a morte dalle sentenze sportive, incapace di reagire e ribellarsi ai suoi assassini. MONTEZEMOLO, così dirà BLATTER, svolge in prima persona un ruolo fondamentale “salvando il calcio” e favorendo il ritiro del ricorso, già preparato e annunciato, al Tar. La Juventus accetta la Serie B, conosce l’umiliazione più grande della propria storia e saluta una formazione stellare per ripartire dai PARO e dai BOUMSONG. Per i tifosi è l’inferno, per BLANC«una straordinaria avventura» dove «Ogni volta le squadre che ci affrontavano giocavano la partita della vita. Questa avventura vincente ci ha restituito la simpatia che avevamo perso. Ne siamo usciti con maggiore umanità». Parole non da juventino. Parole da manager, freddo magari, ma che mai, probabilmente, ha pienamente realizzato cosa si fosse ritrovato a rappresentare. E l’ha fatto addirittura, dopo le dimissioni di GIOVANNI COBOLLI GIGLI, ricoprendo, su indicazione di JOHN ELKANN, ben tre cariche: qualla di Presidente, di Amministratore Delegato e di Direttore Generale, primo a unico nella storia della Juventus. Storia che ha contribuito a riscrivere più volte, come quando ha esonerato CLAUDIO RANIERI a due giornate dalla fine, contravvenendo a quello che un tempo era lo “stile Juventus”, e si è ripetuto l’anno dopo con CIRO FERRARA, consigliatogli da Lippi in un azzardato incontro pubblico che fece andare su tutte le furie il tecnico romano allora ancora alla guida dei bianconeri.

Una storia di insuccessi sportivi, di progetti, di parole. Perchè gli juventini non vogliono essere umani. Non vogliono essere rispettati, ma temuti. Niente strette di mano, ma capi chinati. L’ultima volta che finirà sui giornali sarà per la presentazione dell’esposto alla FIGC, ultimo vero atto formalmente recante la sua firma. Poi di fatto scompare, cambia look, diminuiscono le interviste, pian piano si defila fino alle dimissioni concordate della settimana scorsa. Dall’anno scorso, con la nomina di ANDREA AGNELLI a presidente, non serviva più. Lascia un buco di sessanta milioni di euro e la squadra, della quale era fino alla settimana scorsa ancora AD e DG, probabilmente fuori anche dall’Europa League. Senza di lui, la Juventus torna ad essere “della Famiglia”, con un AGNELLI Presidente e con ALDO MAZZIA, uomo Exor, promosso AD al suo posto. Il “regno francese”, che nelle intenzioni avrebbe dovuto far dimenticare la Triade e allontanare ANDREA dalla Juventus, si è rivelato un fallimento su entrambi i fronti. Tutto cambia. ANDREA ora è allineato, si lavora assieme (per piacere o necessità), si guarda al futuro. Le guerre prima o poi finiscono e spesso i nemici diventano amici.

Adieu, BLANC. Non servi più.

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