Perché di calcio siamo convinti di capirne?

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Piccolo sfogo estivo.

Vi sarà certamente capitato di vedere una partita di basket in vita vostra (altrimenti chiudete tutto e toglietemi l’amicizia). Come forse saprete, è il mio sport preferito. Ci ho giocato da piccolo, ho un papà che è stato arbitro internazionale e vivo in una città – Brindisi – che è una città di basket. Prendo un attimo in prestito la pallacanestro per fare un discorso un po’ più ampio, anche sul calcio e soprattutto sul nostro approccio verso questo sport che mi lascia spesso perplesso.

Dicevo: sarà capitato sicuramente anche a voi di vedere una bella partita della Nazionale, o della NBA, e di appassionarvi. Magari conoscete le regole, seguite la telecronaca, vi divertite e siete in grado non solo di emozionarvi e fare il tifo, ma anche di riconoscere i vari giocatori. Avrete anche delle opinioni su chi sia più forte di chi. “I Lakers dovrebbero prendere Westbrook!”. “Curry è più forte di Lillard”. “Io non chiamerei Gallinari in Azzurro”. Eccetera.

Non vi definireste “esperti”, ma appassionati sì. Magari avete giocato al campetto qualche volta, o da giovani giocavate nelle juniores della squadra del vostro paese, o ogni tanto avete mollato qualche gomitata nelle Minors o al campetto.

Vado oltre: magari avete padronanza di molti gesti tecnici. Io quando ero “verde” ad esempio sapevo palleggiare, sapevo tirare i liberi, sapevo tirare cadendo all’indietro, fare le penetrazioni con eurostep (non schiacciavo), passaggi dietro la schiena, difendevo piuttosto bene abbassando il culo e facendo gli scivolamenti. Diciamo che in linea di massima non c’è singolo gesto tecnico che non sapevo imitare eseguito da giocatori professionisti. Tranne quelli sopra il ferro. (certo, poi cambia la velocità con cui si eseguono i movimenti e la fisicità dei giocatori, oltre alla costanza, alla perfezione del gesto, eccetera: no, non stavo dicendo di essere bravo quanto un professionista).

È una situazione che avrete sicuramente vissuto anche voi, o che magari vivete ora, con il calcio. Tanti di voi sapranno palleggiare bene. Sapranno tirare le punizioni a giro e se ne vanteranno con gli amici. Sapranno tirare al volo su un cross dal fondo, o fare un dribbling o un trick con la palla. Molti avranno anche giocato in qualche squadra.

Ma tutto questo significa davvero “capirne” di uno sport?

Non necessariamente, no. Anzi, no.

Significa semmai comprenderne alcune cose, alcuni aspetti. Poi, però, a certi livelli le conoscenze personali o le partitelle fatte da ragazzini non bastano più per “leggere” correttamente le gare e capirne la loro complessità.

Ve lo dico perché, pur essendo un appassionato di basket, ad esempio, esistono anche lì (come ovunque) vari livelli di analisi possibile. Vanno da quello superficiale tipo “abbiamo difeso bene” a podcast interi (ogni tanto li seguo) incentrati sull’efficacia o meno del drop coverage piuttosto che del seal coverage sui pick-n-roll effettuati da una squadra rivale in una serie di playoff. Non ho bestemmiato e non era arabo. Magari qualcuno di voi sa pure cosa sia un pick-n-roll (è un gioco “a due” di solito effettuato tra una guardia e un lungo, semplificando), ma un’ora di podcast per studiare le varie letture possibili e gli aggiustamenti su quella specifica situazione di gioco?

Sono livelli diversi di analisi, no? E – soprattutto – siamo coscienti che ci sia gente che quello lo fa di mestiere e che da quelle strategie dipendano molte delle sorti di una partita, e quindi spesso di una stagione?

Altro esempio: un conto è guardare le statistiche punti, rimbalzi e assist e tutt’altro conto è parlare di net rating, di players usage, di true shooting, di percentile di efficacia su varie situazioni di gioco specifiche…

Ci rendiamo conto esista un mondo molto più approfondito del “quanti punti ha segnato Harden?” e che quei modelli statistici siano altamente specializzati e utilizzati da moltissime squadre per preparare le partite e addirittura per impostare scambi di mercato.

Se vi capitasse di sentir parlare una persona di questi argomenti in maniera così specifica e “avanzata”, non vi verrebbe mai in mente di paragonarvi al suo livello di analisi, no? E soprattutto: non vi verrebbe mai di dire “che ci vuole, il basket è semplice, basta scivolare sulle gambe e si difende contro chiunque in ogni situazione!”. Non vi verrebbe mai in mente di dire “tutte chiacchiere, basta passare la palla a LeBron James e ci pensa lui”. Non direste mai “cazzocivuole, se hai i giocatori forti ci pensano loro, dai palla a loro e ti segnano”. O “l’unica statistica che conta è quella sui rimbalzi!”. Perché c’è un livello di studio, analisi, preparazione e aggiustamenti tale nelle partite, specie ad alto livello, da sembrare a volte gare di scacchi, altro che “semplice”. Fosse tutto semplice, allenatori, collaboratori tecnici, statistici e analisti non guadagnerebbero quello che guadagnano e non esisterebbero nemmeno, starebbero al mare.

La domanda è: perché, invece, col calcio pensiamo che sia diverso e che le analisi calcistiche siano di un solo livello, quello “base”, e che chiunque provi ad andare oltre sia necessariamente un “nerd”, un “segaiolo”, un “complicatore”, uno che vuole rendere difficile uno sport semplice? Perché c’è spesso un rifiuto e chi studia, legge, si informa, fa corsi di match analyst, di scouting, di statistiche eccetera viene quasi demonizzato, invece di sortire l’effetto opposto e di farci capire come non ci sia nulla evidentemente di “semplice”? (come siamo disposti ad ammettere per altri sport)

Solo perché da giovani abbiamo dato (io no) 4 calci ad un pallone? Sono sufficienti per “capire” davvero uno sport? Per cambiare esempio: basta saper guidare bene un’auto per capirne di Formula 1? Fateci caso: di calcio, siamo disposti a discutere dicendo la nostra davanti a chiunque e spesso siamo davvero convinti di poter fare meglio di un allenatore o di un direttore sportivo.

Ma da cosa deriva questo approccio così superficiale? È una domanda, questa, che mi sono posto per l’ennesima volta leggendo l’intervista di Gagliardi a UltimoUomo, nella quale parla ad un certo punto di Italia-Belgio e della gara di Chiellini. La lettura “media” standard da social di quella partita è stata “Chiellini si è messo in tasca Lukaku” e meme a corredo. Che è parzialmente vero, non fraintendetemi, e i meme erano divertentissimi, ma che è appunto un’analisi di livello 1, livello social. O “il Belgio non ha toccato palla”. O “siamo stati bravi a centrocampo”.

Poi senti Gagliardi e ti spiega come abbia studiato il movimento di Delaney (centrocampista della Danimarca) che allargandosi portava fuori zona Tielemans e creava un varco centrale per attaccare il Belgio e metterli in difficoltà con un movimento che si sposava bene con la filosofia di Mancini e le caratteristiche specifiche di Verratti e Barella).

Poi senti come Mancini e staff abbiano pensato ad un sistema di pressing con i tre attaccanti dell’Italia altissimi sui 3 uomini in impostazione del Belgio e Spinazzola e Di Lorenzo altissimi a uscire forte sui quinti (gli esterni) avversari per impedire una costruzione efficace dal basso. E varie scalate a corredo, e la squadra alta, le marcature preventive… Il tutto ha portato l’Italia a recuperare tantissimi palloni alti e non ha quasi mai messo Chiellini in situazione di 1vs1 pericoloso con Lukaku (poi certo, quelle 2-3 volte che è successo, Giorgio magari ha fatto King Kong).

Cioè l’analisi non può essere “Chiellini è più forte” e basta, e non può bastare il solo averlo negli 11 per annullare sempre e a prescindere Lukaku. Anche perché due mesi fa, in un Juve-Inter di campionato, con caratteristiche e preparazione della gara differente, Chiellini aveva faticato contro il belga ed era scoppiato fisicamente nella ripresa nella quale finiva letteralmente per aggrapparsi e usare le mani per cercare di tenere la marcatura, in maniera persino goffa. Non King Kong, ma un vecchietto pronto per la pensione e le stampelle. Sempre Chiellini era. Sempre Lukaku era. Ma il livello di analisi di quelle partite è ciò che ti fa capire perché una situazione tattica abbia funzionato e un’altra no e perché una prestazione individuale sia stata eccellente in un caso e attorno alla sufficienza nell’altra. E quanto quella prestazione individuale sia dipesa da contesti di squadra. Non è “solo” casualità o “individualità”.

Il fatto che ci sia un rifiuto così netto da parte di tanti appassionati di calcio di approfondire questi temi, che per me invece sono bellissimi e molto stimolanti (non a caso, proprio non essendo un match analyst o un allenatore o un ex giocatore di livello, o un preparatore atletico, o un medico dello sport, eccetera, amo circondarmi da queste persone), la trovo un’anomalia incomprensibile. Le resistenze che si trovano soprattutto nel nostro paese verso le analisi e gli approfondimenti in generale, per argomenti anche più importanti di quello calcistico, sono un freno anche culturale dal quale prima o poi spero ci libereremo.

P.S. Prima che qualcuno (già so) commenti sarcasticamente: no, non era affatto un articolo autoreferenziale, anzi elenco per tutto il tempo i miei limiti di comprensione, tra l’altro mai negati. Ad AterAlbus non siamo “professionisti” del livello di chi allena o fa il tattico o l’analista in Serie A (“esistono le categorie”, direbbe qualcuno) e alla Juventus ancora più in particolare. Non necessariamente azzecchiamo le analisi (o saremmo pagati per farlo) e si può tranquillamente pensarla diversamente. Siamo un gruppo di amici che, da appassionati di calcio e non professionisti ai massimi livelli, cercano di leggere, studiare, analizzare e aumentare le nostre (e l’obiettivo sarebbe anche le vostre) capacità di comprensione di ciò che avviene in campo. Ci si prova. Ci si sforza. Si parte proprio dalla convinzione 1) di non saperne abbastanza, 2) che serva approfondire, studiare, confrontarsi (da qui le chat e le voice chat) 3) che i professionisti siano bravi, preparati e che non ci sia quasi nulla di semplice o banale come si vuol far credere davanti ad una pizza e una birra con gli amici o spesso persino in alcuni giornali e trasmissioni tv.

Curiosità e studio. Vi si aprirà un mondo, se gli date una chance.