Cosa resta dello scandalo Gea

Premessa: quello che il giornalista Maurizio Galdi scrive oggi su La Gazzetta dello Sport (“Per i Moggi condanne pure in Appello”) è tecnicamente corretto. Il punto però è un altro: è che ogni cosa può essere vista da più angolazioni e quella del giornale rosa è nota da tempo. Si poteva titolare così, o si poteva invece dire come sia ricaduta l’accusa di associazione a delinquere, nonché quella di illecita concorrenza con minaccia o violenza, per le quali la procura aveva chiesto 4 anni e 8 mesi per Luciano Moggi, 4 anni per Alessandro, 2 anni e 4 mesi per Franco Zavaglia, 1 anno e 4 mesi per Davide Lippi e 8 mesi per Franco Ceravolo. Il col. Auricchio, che ha condotto le indagini anche di questo processo, si è visto ridotta la sua maxi indagine piena di paroloni e accuse pesanti a due meri episodi di violenza privata (una tentata e una consumata), sui quali ci sarebbe pure molto da dire. I titoloni dei giornali, la grande inchiesta, il sistema illecito di controllo del mercato dei giocatori, l’influenza illecita sul mondo del calcio… tutte balle! La GEA, questo dicono le sentenze, operava nella legalità, era una società e non un’associazione, Luciano Moggi non ne faceva parte e la condanna in appello a 1 anno per l’ex direttore bianconero e a 5 mesi per il figlio procuratore si basa su due singole fattispecie di reato minori (una terza, riguardante Nicola Amoruso, è caduta in prescrizione), e non su reati associativi.

Per Alessandro, si tratta sostanzialmente di quello che la giustizia sportiva aveva riassunto nei capi d’imputazione 4, 6 e 7: l’accusa è di aver contattato due calciatori allora in forza alla Juventus, Budyanskiy e Zeytulaev, cercando di appropriarsi della loro procura, già occupata. I due calciatori si incontrano in albergo, a Torino, col Moggi (jr) e con un altro interlocutore (per uno dei due Ceravolo, per l’altro Leonardi. Per l’accusa la discrepanza è sintomo di sincerità, e non di falsità), parlando del loro contratto. Secondo la versione dei due calciatori, ricevono pressioni dall’interlocutore. «Firma per Alessandro e farete carriera», avrebbe riferito (non in russo, magari in italiano maccheronico misto ad inglese). I due rifiutano, anche perchè hanno intenzione di tornarsene in Russia e perchè, dicono, hanno già un procuratore («che tra l’altro parla russo»), Marco Trabucchi. Per la difesa non era registrato come agente italiano, ma solo internazionale, quindi la procura era comunque “libera”. Era occupata “di fatto”, dice la sentenza. Moggi jr viene accusato di aver avuto un comportamento omissivo: non denuncia la cosa, e anzi è lì pronto col foglio per la procura e la penna in mano. Deve però riporre entrambe nella valigetta, perchè alla fine non se ne fa nulla (alla faccia della minaccia!) e l’incontro – che dura comunque meno di cinque minuti – finisce lì e non si ripete più. Tirando le somme, per la giustizia sportiva è violazione dell’art. 1 del CGS e dell’art. 12 del Regolamento Agenti, per quella penale è “tentativo di minaccia privata” (il padre evidentemente era più bravo).

Papà Luciano, invece, è stato condannato per la “vicenda Blasi”. In breve: l’accusa sarebbe quella di aver proposto al calciatore un rinnovo da 1,3 milioni di euro l’anno a patto che avesse revocato la procura all’agente Stefano Antonelli e si fosse affidato alla GEA. In diverse telefonate tra Antonelli, Manuele Blasi e il papà del calciatore, si sarebbe fatto riferimento a pressioni e minacce provenienti dalla Società. In una di queste, il padre di Blasi riferisce ad Antonelli: «Noi siamo ricattati, la posta in palio è alta e quindi dobbiamo fare un passo indietro. Ogni tanto bisogna abbassare la testa». In un’altra, invece, è lo stesso giocatore a spiegare così ad Antonelli la necessità di lasciarlo come agente per passare alla Gea: «Se sto con te non mi fanno firmare il contratto, con te si sono impuntati. Non mi fanno prendere i soldi. Io lo so che sono uomini di merda, ma ho degli interessi». Tutto inequivocabile, parrebbe. Se non fosse che, in aula, il calciatore ha smentito tutto, dichiarando: «Le pressioni da parte della Gea sono tutte mie invenzioni. Ho pensato che fosse l’unico modo per liberarmi di Antonelli», beccandosi pure l’accusa di reticenza e calunnia da parte del pm Palamara (lo stesso che ora guida l’ANM, per capirci). Il paradosso della vicenda insomma è che Moggi e la presunta vittima della sua violenza hanno entrambi riferito le stesse cose, ma nessuno dei due è stato creduto. Blasi è al tempo stesso vittima e complice. E’ una vittima che scagiona ma non può farlo o diventa colpevole pure lui.

La morale: si potrebbe riassumere il tutto con un bel «chissenefrega, fatti loro!», liquidando la cosa come affari “privati” dei “Moggi’s”. La Juventus, infatti, in tutto questo non c’entra niente, non trae vantaggio illecito da alcun comportamento (Blasi alla fine firma uguale, i russi no) e basterebbe dissociarsi per zittire chiunque, antijuventino, cercasse di cavalcare l’onda gazzettara. Chi vuole lo faccia. Quello però che è successo dal 2006 in poi è tale da spingere almeno me ad andare oltre. Alessandro Moggi è stato condannato dalla giustizia sportiva ad una pena giudicata “abnorme” dal TNAS, e anche allora si parlò semplicemente di “sconto” della squalifica, manco fossimo ad un supermercato. Per lui Palazzi chiese la radiazione, lo ricordo. Ora, alla fine di tutto, il 39enne Alessandro si ritrova con una condanna sportiva dimezzata e già scontata (badate bene: il TNAS non l’ha assolto nemmeno da uno dei 23 capi d’imputazione della sentenza Coraggio. Ha semplicemente detto che non esisteva infliggere 4 anni di squalifica e una stellare multa di 250.000 € per quelle cose, attaccando duramente la Corte di Giustizia Federale: avete letto di giornalisti scandalizzati?) e con la condanna penale per una sola fattispecie di reato, la tentata violenza privata, neanche consumata nei confronti di due giocatori di fatto sconosciuti (uno gioca nel Khimki, l’altro nel Lanciano). Tutto ciò che è stato scritto e detto dal 2006 (e prima) è andato decisamente oltre. Le accuse di Caliendo & co. cadute. La GEA distrutta. La sua vita ancora no: che gli sia data la possibilità di ricominciare.

Luciano Moggi, invece, protagonista di Calciopoli, era stato accusato di aver manovrato tutto il calcio, di aver falsato campionati, si era parlato di P2, di “metodi mafiosi”, di piaccia o non piaccia, di Moggiopoli. Rilette ore, quelle dichiarazioni appaiono francamente imbarazzanti, ingiustificabili, assurde.

Sono due santi? No (anche se è buona norma lasciare che sia il Padreterno a giudicare le persone…), ma nei loro confronti c’è da sempre troppa cattiveria e la Gazzetta, protagonista in prima linea, farebbe bene, ogni tanto, a fare una riflessione di questo tipo, oltre ai titoli “tecnicamente corretti”. Le ridonerebbe un minimo di credibilità e umanità.

Aggiornamento: la Cassazione ha annullato le sentenze d’appello. Nessun imputato del processo Gea ha ricevuto condanne.

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