Il razzismo e i ponti da tagliare

Quando sono nati i vostri genitori? I miei, negli anni ’50. Nel 1960, avevano rispettivamente 8 e 5 anni. Quell’anno fu il primo in cui venne trasmesso “Tutto il calcio minuto per minuto”, il primo in cui si disputò un Campionato Europeo di calcio (lo vinse l’Unione Sovietica ai supplementari sconfiggendo la Jugoslavia), il primo e finora unico in cui l’Italia ospitò le Olimpiadi estive, a Roma. Fu anche l’anno in cui la Chiesa si scandalizzò per l’uscita nelle sale cinematografiche de “La dolce vita” di Federico Fellini, Palma d’Oro al festival di Cannes.

Mentre da noi imperversavano le richieste di censura e montava lo scandalo, a New Orleans, Louisiana, accadeva una cosa che, a raccontarvela, vi sembrerà temporalmente lontana secoli ma che, vi ho fatto fissare bene in mente la data proprio per questo, non lo è.

Una ragazzina di 6 anni, più o meno l’età che avevano i miei genitori, Ruby Bridges, la mattina del 14 novembre, con un bel fiocco bianco in testa, un vestitino elegante e una giacchetta bianca, si apprestava ad uscire di casa per frequentare il primo giorno di scuola elementare.

Vabbè, direte voi… ci siamo passati tutti! Non proprio. Era stata una di 6 ragazzini afroamericani ad aver superato un apposito “test” (ovviamente creato ad arte per non essere superato) che le dava diritto ad iscriversi ad una scuola “normale”, la “William Frantz Elementary School”. Quando scrivo tra parentesi “normale” (e vi prego di cogliere l’assurdità della cosa), intendo una scuola che, fino ad allora, era stata esclusivamente per bianchi e dove ai neri non era mai stato permesso di iscriversi in quanto… beh… neri. Gli altri 5 declinarono per paura e continuarono a frequentare le scuole segregate per neri, lei accettò.

Quella mattina, Ruby arrivò a scuola, entrò in classe, e non trovò nessuno. Tutti i genitori dei bimbi bianchi capitati in classe con lei, ritirarono i propri figli da scuola per protesta. Tutti i professori si rifiutarono di farle lezione, tranne una. Uscita da scuola, una folla di genitori e di gente del quartiere la aspettò per lanciarle contro oggetti, per sputarle addosso, per insultarla, per protestare contro quell’incredibile e inaccettabile offesa. “Dove andremo a finire? Le nostre scuole ai neri?”.

Fu costretta a tornare a casa scortata da quattro agenti federali (vedi illustrazione di Norman Rockwell in copertina), quella mattina e per tutte le successive. Tra la folla, delle mamme portarono una bara con all’interno una bambola nera.

Un’altra minacciò di avvelenarle il cibo nella mensa della scuola e Ruby fu costretta, da quel giorno, a portarsi il pranzo da casa. Ogni giorno, mentre compiva il tragitto da casa alla scuola, una folla di persone la insultava con odio, le mostrava cartelloni con frasi razziste, la accoglieva deridendola ed umiliandola. Fu sola per tutto il primo anno, finendo per aver bisogno dell’assistenza di uno psicologo. I suoi genitori persero il lavoro e i nonni il terreno che coltivavano da anni.

La sua colpa? Essere una ragazzina di 6 anni dalla pelle nera.

Questo è quello che succedeva, negli Stati Uniti, durante la gioventù dei miei/nostri genitori. Da allora, sono stati compiuti enormi passi in avanti: ai neri è stato concesso di giocare a basket e a baseball con i bianchi, di poter frequentare le Università assieme ai bianchi, di poter votare. È tanto, ma non è ancora abbastanza, perché quella generazione nata nella convinzione (era assolutamente la norma in tantissimi stati, soprattutto del Sud) che i neri fossero inferiori, poco più che schiavi, fatica ancora ad accettare i cambiamenti.

Oggi, al di là dell’episodio di George Floyd, in America c’è una generazione – migliore della precedente – che in questi giorni si trova a lottare con i propri genitori che ancora difendono il poliziotto in virtù di quel pregiudizio razziale mai eliminato. C’è una generazione – migliore della precedente – che non accetta più che in nome di idee superate si possa ammazzare un uomo innocente solo per il colore della propria pelle, e farla franca. Prima ancora che nelle strade, è nelle famiglie dove è iniziato quel processo che, si spera, potrà un giorno tagliare i ponti con il passato. Per una strana ma meravigliosa coincidenza, il cognome di Ruby, Bridges, significa proprio “ponti”. Il mio augurio, essendo fermamente convinto che le nuove generazioni siano migliori della mia e migliori di quella dei miei genitori, è che questi ponti possano definitivamente crollare.

È per questo che voglio vederci il bello nelle proteste per la morte di Floyd. Voglio vederci i tanti bianchi che si sono schierati al fianco dei neri. I tanti giovani che hanno invaso i social con tributi e articoli, come questo. I tanti uomini dello sport e dello spettacolo che hanno deciso di non rimanere in silenzio dinanzi all’ennesima atrocità che non può e non deve più appartenere ai nostri tempi.

Non restate (più) in silenzio, cari “millennials”. Costruite il vostro mondo, un mondo migliore. #blacklivesmatter